Un racconto di Edoardo Villani
Nascere in Burundi, e soprattutto in un villaggio rurale, significa imparare presto una cruda verità: nulla è garantito. Né il pasto, né la scuola, né tantomeno le cure mediche.
L’assenza, la mancanza, l’incertezza, che per noi evocano disperazione, qui sono semplicemente sinonimi di quotidianità. Soprattutto per i più piccoli.
Costretti a un’enorme discontinuità scolastica, le ragazze e i ragazzi burundesi, a causa di questa “ordinaria disperazione”, compiono sacrifici estremi nel tentativo di uscire da queste sabbie mobili. Ma, nella maggior parte dei casi, falliscono.
Per questo Eccomi, da diversi anni, ha deciso di intraprendere un percorso per migliorare le condizioni di vita di alcuni di questi giovanissimi, attraverso quello che oggi è il cuore pulsante del nostro operato in Burundi: le adozioni a distanza.
Eccomi ha capito che, per spezzare questo ciclo, l’istruzione è la chiave.
Oggi, quasi 50 famiglie italiane supportano altrettanti bambini e bambine nel loro percorso scolastico, offrendo loro una possibilità concreta: costruirsi un futuro che sia, per una volta, sinonimo di certezza.
Ma attenzione a idealizzare progetti come questo.
L’adozione a distanza nasce dalla rinuncia: rinuncia allo studio per lavorare nei campi, al gioco per cercare un po’ di riso, alla spensieratezza per sopravvivere.
È un legame che si crea a partire da una mancanza.
E così, per comprendere davvero cosa significhi essere parte di questo progetto, ho deciso di ascoltare le storie di chi questa realtà la vive sulla pelle: le ragazze e i ragazzi adottati da Eccomi.
Comune di Ruzo
Non è facile viaggiare in Burundi. Le colline, con panorami mozzafiato, nascondono strade dissestate e prive di asfalto: sono più degli agglomerati di sassi che uniti formano una superficie sulla quale le macchine possono passare. Il tutto ovviamente condito da buche così profonde da mettere a dura prova anche il mezzo più resistente.

In macchina siamo in quattro: io, Don Angelo Ciza, sacerdote burundese della diocesi di Muyinga e Suor Léocadie e Suor Godelive, missionarie burundesi dell’ordine SMAC (Suore Missionarie dell’Amore di Cristo). Partiamo da Muyinga con destinazione Ruzo, un piccolo comune al nord, quasi al confine con la Tanzania.
Don Angelo, alla guida, fa del suo meglio per rendere il tragitto il meno turbolento possibile, ma il risultato è solo uno: continue testate e salti all’interno dell’abitacolo. Dopo quasi due ore di sobbalzi, finalmente arriviamo nella parrocchia di Ruzo. Ad attenderci sono in cinque: Gervais, Stephania, Damascène, Jazila e Emelyne. Timidissimi, provano a studiare l’umuzungu (persona bianca). Capisco subito che, se voglio ascoltarli, dovrò prima guadagnarmi la loro fiducia. Così lascio che siano Léocadie e Godelive a fare il primo passo, coloro che seguono per Eccomi le adozioni qui.
Il loro approccio dolce ma allo stesso tempo sincero e pragmatico, nel corso degli anni, ha costruito rapporti solidissimi con questi ragazzi che sanno di potersi confidare con loro. Uno alla volta si avvicinano, si aprono. Io ascolto, in silenzio seduto accanto. Storie dure, durissime, ma anche storie di resistenza, di rinascita e consapevolezza. La prima a parlare è Stephania, la più piccola del gruppo.

Stephania ha 6 anni, ha iniziato la scuola quest’anno. La sua voce è appena udibile, passa tutto il tempo a guardarmi coi suoi occhioni neri. Alle domande delle suore risponde quasi a monosillabi, è troppo concentrata su di me. Non va troppo bene, è la diciannovesima della classe. Léocadie un po’ la rimprovera, ma sa bene che è ancora piccolissima e non vuole essere troppo dura. Poco più avanti, nel giardino della parrocchia, c’era il papà di Stephania che stava tagliando la legna. La mamma è un po’ malata, ma niente di grave. Le suore sono tranquille, sanno che nonostante le difficoltà, Stephania ha una buona situazione familiare. Poco dopo ci lascia, deve tornare a scuola nel pomeriggio.
Arriva il turno di Gervais, 11 anni.

Gervais è il primo della classe, ha una discreta media, ma Suor Léocadie un po’ lo riprende: sa che con le sue capacità può fare ancora di più. Con lui, le suore hanno voluto sperimentare qualcosa di nuovo: un piccolo percorso di educazione finanziaria. Quando può, Gervais lavora e mette da parte i risparmi. Ha un obiettivo: comprare una gallina. Una gallina che faccia uova, da usare in parte a casa e in parte da vendere. Il sogno, poi, è di prenderne un’altra. E poi un gallo. Da lì, passo dopo passo, costruire un piccolo allevamento.

Rimango affascinato da questo ragazzo, giovanissimo, ma già con un’idea per migliorare il proprio futuro. Ma è solo dopo che ci racconta qual è il suo vero problema: la famiglia vuole trasferirsi in Tanzania in cerca di fortuna.
In zone di frontiera, questa è una realtà diffusa. I problemi però sono molteplici: barriera linguistica, in Burundi si parla kirundi e in Tanzania swahili, e la manodopera burundese è meno qualificata e istruita di quella tanzanese. Per quanto possa affascinare, emigrare non è una soluzione. Sono molti quelli che sconfinano per poi fare ritorno poco dopo senza nulla in mano. I fratelli maggiori di Gervais stanno frequentando ancora le elementari e non ne vogliono sapere di finire la scuola. Gervais lotta ogni giorno con loro per spronarli, li implora a finire, ma senza successo. Sa che senza delle conoscenze di base, difficilmente riusciranno a costruirsi un domani. Urla, minacce, botte. Questo deve sopportare Gervais, ma non vuole mollare. Il suo sogno parte da una gallina. Eppure, dentro quel desiderio, c’è l’essenziale: l’autonomia, la dignità, la speranza. In un contesto dove l’infanzia si consuma in fretta e dove l’orizzonte sembra sempre troppo lontano, Gervais vuole restare. Vuole provarci. E, in particolare, per lui la famiglia viene prima di tutto; e per questo farà di tutto per tenerla unita.
Tocca a Jazila.

14 anni, in quarta elementare, nonostante gli occhiali da sole, sotto percepisco uno sguardo serio e duro. Poco dopo capisco il perché. Abbandonata dalla madre, Jazila dovette lasciare la scuola e andare subito a lavorare. Grazie al progetto delle adozioni a distanza è riuscita a ricominciare con un nuovo entusiasmo e più fiducia. Purtroppo però la tragedia, in questa realtà, è dietro l’angolo: il padre è finito in prigione per aver violentato sessualmente una ragazzina della stessa età di Jazila.
Dietro il nero degli occhiali da sole vedo tutto: un’infanzia mai avuta, la vergogna per colpe non sue, il desiderio di imparare strozzato dai troppi bisogni e doveri.
Jazila, ogni giorno dopo le lezioni, si ritrova a dover assistere i fratelli e sorelle, insieme alla seconda moglie del padre che, però, non riesce, con il solo lavoro nei campi, da sola a sfamare tutti.
Se restano tempo ed energie, la nostra ragazza prova a mettersi sui libri. Ma quasi sempre la fatica vince. Il suo volto è una maschera di frustrazione.
Le parole di Léocadie sembrano dure, ma sono le uniche che può permettersi. Qui non c’è spazio per il vittimismo: c’è solo la scelta tra lasciarsi andare o restare in piedi. “Non sei più una bambina, adesso sei grande.” Jazila lo sa, lo sente addosso ogni mattina. Ma dietro quella frase, forse, si nasconde anche un incoraggiamento: sei grande, ma ce la puoi fare.

Dentro di me, mi auguro una sola cosa: che quella bambina costretta a essere grande trovi, prima o poi, qualcuno che le ricordi che merita anche di essere fragile.
Il prossimo è Damascène, 12 anni.

Ha un bel sorriso, è solare, e la sua media scolastica è sufficiente. Ma le suore non sono del tutto soddisfatte, sanno che potrebbe fare di più. Soprattutto, sanno bene cosa sta attraversando. Qualche mese fa la madre è stata operata al fegato. L’intervento è andato bene, ma la famiglia non aveva i soldi per proseguire con la terapia. Il padre, schiacciato dalla vergogna di non poter continuare a curare la moglie, è fuggito in Tanzania. Da allora, la famiglia paterna accusa la madre di Damascène di tutto. Pretendono che trovi un modo per farlo tornare. Come se fosse colpa sua.
A casa, ogni giorno, si consumano litigi, intimidazioni, scontri verbali tra la famiglia del padre, i fratelli più grandi, e la madre, stremata e sempre più debole. Damascène è lì, in mezzo. Assorbe tutto. Si sente impotente.

Godelive cerca di fargli capire che non ha colpe. Che quei problemi non spettano a lui. Il suo compito è stare accanto alla madre quando serve, e studiare. Solo questo. Eppure, lo si vede: si sente come se dovesse reggere il mondo sulle spalle. Penso solo a una cosa: le colpe dei padri non devono ricadere sui figli.
Si va avanti con Emelyne, l’ultima, la più grande.

Ha 17 anni e sta per terminare le scuole medie: a giugno avrà l’esame di stato. È piuttosto alta, ma mi colpisce subito quanto sia magra. Le gambe sono esilissime. Ne parlo con Suor Léocadie, che mi guarda negli occhi e dice, senza esitazioni: “È questo il suo problema: a casa non hanno da mangiare.”
Poi, una sorpresa. Quando Godelive le chiede come sta oggi, Emelyne risponde con un sorriso splendente, caldo, sereno. Un sorriso che raramente ho visto su questi volti. È vero, le difficoltà restano. Ma Emelyne sembra aver trovato la sua strada. Il sostegno scolastico delle adozioni ha dato a lei, e alla sua famiglia, un po’ di quella tranquillità che cercavano da tanto.

Neanche a farlo apposta, poco dopo Suor Léocadie riceve una telefonata dalla madre di Emelyne. Io e lei ci allontaniamo. La madre, quasi in lacrime, conferma: “Emelyne adesso sta davvero bene. È cresciuta davvero tanto.” Un genitore felice. Una conclusione che scalda.

Finito il giro, arriva il momento per me di parlare. Subito penso: “Cosa posso dire a ragazzi e ragazze che vivono tutto questo?”
La prima cosa che ho percepito da loro è stato un senso profondo di solitudine e impotenza, soprattutto in Gervais, Jazila e Damascène. Ma adesso li guardo. Sono seduti uno accanto all’altro, come se stessero per farsi scattare una foto di famiglia. Capisco che, in fondo, lo sono davvero.

Dico loro che non sono soli. Non solo perché ci sono le suore, o qualcuno in Italia che crede in loro, ma perché si hanno l’un l’altro. Perché vivono sfide simili. Devono imparare a sostenersi, a essere l’uno il posto sicuro dell’altro.
Devono volersi bene. Capire che non è colpa loro, e che non devono caricarsi tutto sulle spalle. Non devono avere fretta: stanno già facendo qualcosa di straordinario.
Alla fine del discorso, apro le braccia. Ne nasce un abbraccio di gruppo. Tutti insieme.
E lì, finalmente, vedo Jazila sorridere. Un sorriso sincero.

Spero che in quel momento abbia capito che non è mai stata davvero sola. Semplicemente, non aveva ancora alzato lo sguardo per vederlo.
Finito l’incontro rimaniamo a mangiare nella parrocchia di Ruzo, ospitati dal prete locale; subito dopo ci rimettiamo in cammino per rientrare a Muyinga. Il rally di ritorno ha inizio. Tra un sobbalzo e l’altro, penso a quei volti. Spero davvero che lì, in quel gruppo, sia nata una nuova famiglia, fatta di resistenza e speranza.
Comune di Rugari
È passato qualche giorno dalla visita a Ruzo, e ancora non ho del tutto smaltito il carico emotivo. La macchinata è sempre la stessa: io, Don Angelo, Suor Léocadie e Suor Godelive. La destinazione però cambia: si va a Rugari.
Purtroppo Don Angelo è febbricitante e molto raffreddato, ma quando gli abbiamo consigliato di stare in stanza a riposare, non ha voluto sentire ragioni: “Dai, Rugari è vicino, ce la faccio”.
In effetti lo è. In venticinque minuti arriviamo alla parrocchia. Attorno alla chiesa ci sono decine di ragazzi e ragazze che giocano. Appena vedono l’auto con dentro l’umuzungu ci circondano. Don Angelo urla qualcosa in kirundi per farsi strada, e finalmente entriamo nel cortile. Le perpetue chiudono subito il cancello. Da dentro, osservo quasi cento volti curiosi, sorridenti, appoggiati alle sbarre. Mi fissano, ridono, cercando solo di capire chi sono e cosa ci faccio lì.
Mentre aspettiamo gli adottati, Suor Léocadie mi mette in guardia con un mezzo sorriso:
“Quelli di Rugari mi fanno tribolare. Sono troppo svogliati. Anche loro hanno tanti problemi, ma a Ruzo almeno ci provano. Questi… niente.”
Accenno una risata, e proprio in quel momento arrivano.
Sono più numerosi rispetto a Ruzo, quasi tutti coetanei, e, come anticipato, con molti problemi. Alcuni simili, altri più intricati. Sempre storie di ingiustizie, di fughe, di fame. Tre in particolare mi colpiscono. Il canovaccio è sempre lo stesso: le suore parlano e chiedono, io ascolto.
La prima a venire a parlare è Francine, 15 anni.

Felpa rosa, cappuccio tirato su, sguardo basso, sorriso appena accennato: è l’unica che mi saluta con un abbraccio.
Poco prima che Suor Léocadie inizi con le domande di rito, ci raggiunge una signora. Le suore mi spiegano che è la mamma “adottiva” di Francine. In un primo momento penso che Francine sia orfana, purtroppo non è raro, ma poco dopo scopro che non è così.
Léocadie rompe il ghiaccio con una domanda sulla scuola, sapendo già che Francine ha qualche difficoltà.
“Meglio,” risponde lei. “Ora ho 57%.”
Tecnicamente non basta per passare, anche se Léocadie mi rassicura che ce la farà. Poi si rivolge a Francine con tono deciso ma affettuoso:
“Nel secondo trimestre avevi il 47%. Hai fatto un bel salto in avanti. Hai ancora tempo per migliorare. Ma dipende tutto da te. Forza!”
Poi si volta verso di me con un sorriso: “Capisci ora cosa intendo quando dico che sono svogliati?”
Ma è alla domanda successiva che capisco qual è il vero problema di Francine.
“Come sono ora i rapporti con la tua famiglia?”
Godelive mi spiega: la sua famiglia è numerosa, troppo. Per questo l’hanno allontanata. Nessuno ha voluto occuparsene. Neanche i fratelli più grandi. Se non è per strada, abbandonata a se stessa, è solo grazie alla signora che ci ha salutato prima, che ha deciso di prendersene cura come se fosse sua figlia.
Francine racconta con voce bassa che i rapporti si sono interrotti. Mentre lo dice, inizia a piangere. So che sembrerà strano, ma a vederla versare quelle lacrime, ho sentito una sorta di sollievo. È la prima persona che vedo piangere; in un posto dove spesso la sofferenza viene ingoiata in silenzio, Francine ha avuto il coraggio di condividerla.
Con fatica riesco a trattenermi, ma mi limito a stringerle la mano. Godelive, con il tono tenero di una sorella maggiore, e io, toccato dalla sensibilità di Francine, proviamo a farle sentire che non è sola.
Le diciamo che per quanto faccia male, oggi lei ha due famiglie. Una che l’ha accolta senza chiedere nulla in cambio, se non di vederla felice. Un’altra in Italia, lontana ma presente, che crede in lei. Sempre.
“Ricorda, Francine, la famiglia non è sempre quella da cui si nasce. È chi si prende cura di te. Chi pensa a te anche da lontano. Chi fa il tifo per te. E tu, di persone che ti vogliono bene, ne hai più di quante credi.”
Francine ascolta. Asciuga le lacrime. Sorride appena.
Quel sorriso vale tutto il viaggio.
La seconda è Bénigne, 17 anni.

In lei rivedo lo sguardo spento, grigio, di Jazila, e la magrezza estrema di Emelyne. Le suore le pongono le stesse domande rivolte poco prima a Francine. Anche per lei la scuola è una salita faticosa: molte assenze, risultati scarsi, ma ancora qualche speranza di essere promossa.
Bénigne ha perso il padre. La madre è presente, si impegna in ogni modo per aiutarla, ma non basta. Mangiano una sola volta al giorno. Nient’altro.
Questo, ovviamente, ha conseguenze su tutto.

Come si può andare bene a scuola con lo stomaco vuoto? Come si può studiare, o semplicemente restare concentrati, se il corpo è stremato?
A causa della malnutrizione, Bénigne si ammala spesso. Quando è in classe, fatica a stare dietro.
“Non sono intelligente,” dice con un filo di voce.
“Le cose non mi rimangono in testa. E poi devo aiutare la mamma. Non può farcela da sola.”
Demoralizzata. Disillusa. Anche lei, schiacciata da un peso che non dovrebbe portare da sola.
In lei la negatività ha preso il sopravvento, come un buco nero che giorno per giorno la risucchia.
Suor Léocadie, con la stessa tenerezza usata con Damascène, cerca di liberarla da questa gabbia mentale:
“Non è colpa tua. Non sei stupida.
È solo che la tua testa è piena di pensieri cattivi, che non ti lasciano spazio per respirare e apprendere.”
Poi aggiunge con decisione:
“Aiutare tua madre è una cosa bellissima. Sei una figlia generosa, e questo ti fa onore. Ma non puoi pensare di risolvere tutto da sola. Vedrai che tua mamma, con l’aiuto della sua famiglia, troverà una via d’uscita. Se davvero vuoi esserle d’aiuto, allora studia. È questo il regalo più grande che puoi farle.”
Bénigne ascolta. Non replica. Mantiene lo sguardo basso, ma prima di andare accenna un sorriso.
Forse non tutto è perduto. Forse, in quella frase, ha intravisto una possibilità.
Concludiamo con una bella storia.
È il momento di Yasmin, 14 anni, l’unica ragazza musulmana del gruppo.

È minuta, con occhi splendenti e un sorriso contagioso. A scuola è un portento.
Prima della classe, ama studiare, davvero.
Godelive mi spiega che nel secondo trimestre c’è stato un piccolo calo: la madre l’aveva mandata a vivere dalla zia, che abita nel quartiere del mercato cittadino. Un posto caotico, pieno di rumori a tutte le ore, e per Yasmin era diventato impossibile concentrarsi.
Ma ora è tornata a casa, in una zona più tranquilla, e i suoi risultati sono subito risaliti.
L'”intervista”, in realtà, è durata pochissimo. Tutto andava bene, e non c’era molto altro da aggiungere.
Ma in quel breve scambio ho visto qualcosa di prezioso: una ragazza che, grazie alla possibilità di studiare, ha saputo proteggere sé stessa.
Sì, è vero, la sua situazione familiare è più stabile rispetto ad altri. Questo fa la differenza.
Ma in un contesto così fragile, nulla è scontato.
Nemmeno la serenità.
Anche qui, come con Emelyne, ho visto che è possibile farcela.
Che si può essere sereni.
Che, a volte, basta davvero poco per rimettere in moto la speranza.

Come a Ruzo, l’incontro a Rugari si conclude con qualche parola rivolta a loro, e con un abbraccio che tenta di stringere tutti insieme. I ragazzi mi ascoltano in silenzio, qualcuno annuisce. L’abbraccio è disordinato, ma vero.
Saliamo in macchina e il povero Angelo, che ci ha aspettato per tutto questo tempo, ha gli occhi lucidi per la febbre e il raffreddore. Rientriamo a Muyinga giusto per l’ora di pranzo.
Sono passati giorni anche da Rugari, rifletto su ogni aspetto di questi incontri. Ripenso a quanta forza serve per raccontare il proprio dolore a uno sconosciuto, per aprirsi davanti a un “visitatore” che non conosci, solo perché speri che capisca o anche solo per essere ascoltato.
Ora che ci penso, forse sì, Yasmin era il modo migliore per chiudere. Perché anche lei ha le sue battaglie, ma la sua storia racconta una cosa semplice e potente: quando c’è una casa, un pasto, qualcuno che ti guarda con fiducia, allora la vita cambia. Allora si può respirare, pensare al futuro, insomma, sognare. Questo è ciò che ho visto in questi giorni: che non serve molto per cambiare il corso di una vita. Non serve costruire una scuola nuova o una casa nuova (anche se sarebbe bello). A volte basta un piccolo aiuto, ma costante e concreto. Una presenza in grado di superare mari, montagne, confini.
Non si tratta di “salvare” qualcuno. Non sono beneficenza, e non sono nemmeno carità. Sono promesse fatte a centinaia, migliaia di chilometri di distanza: io ci sono, anche se non mi vedi.
Queste sono le adozioni a distanza.
Quando funziona, e succede più spesso di quanto si creda, da quella promessa nasce una famiglia. Magari strana, magari distante, ma vera.
Murakoze cane (grazie mille in kirundi) a Suor Léocadie e Suor Godelive per l’immenso lavoro che svolgono ogni giorno con questi ragazzi seguendoli, proteggendoli e dando loro un supporto quasi psicologico. A Don Angelo che, nonostante le difficoltà nel reperire il carburante e, soprattutto, nonostante le sue condizioni di salute precarie ha voluto essere anche lui parte attiva senza mai tirarsi indietro. Alle famiglie adottive in Italia, ai padrini e alle madrine che, pur senza vedere, hanno deciso di credere in Eccomi e nei suoi partner locali. E, ovviamente, murakoze cane alle ragazze e ai ragazzi che ho avuto l’onore di incontrare e che, nonostante tutto, si sono spogliati di ogni vergogna affidandomi le loro storie e raccontandomi chi sono davvero.