Un racconto di Edoardo Villani
Colline lussureggianti che si stagliano fino all’infinito, ettari di risaie, coltivazioni di tè e caffè. Il Burundi offre un panorama paradisiaco, una natura sconfinata che non è stata ancora sopraffatta dall’industrializzazione, ma che, al contrario, convive in sintonia con i suoi abitanti.
È l’8 maggio e tutto il vescovado di Muyinga, me compreso, è davanti alla tv del refettorio per seguire l’elezione del nuovo Papa. A un certo punto salta la corrente e tutti noi corriamo fuori nel parcheggio per seguire la diretta dai telefoni: è una delle poche zone dove il segnale Internet arriva decentemente. Per fortuna la corrente torna poco dopo e rientriamo nel salone. C’è chi specula e chi guarda attento in silenzio; fino a quando non giunge quel momento: la fumata bianca è arrivata. All’annuncio del nuovo Pontefice: le suore portano le birre per festeggiare!
A cena, ovviamente, l’argomento che tiene banco è il nuovo Papa. Si analizza il suo discorso sulla pace, cosa potrebbe portare alla Chiesa cattolica, il suo pensiero, il rapporto con Trump.
Mi trovo accanto a don Angelo Ciza. A un certo punto si gira verso di me e mi chiede: Ma tu non parti per lo Zambia tra poco più di una settimana?
Ha ragione, me ne ero quasi dimenticato: anche la mia esperienza in Burundi sta per concludersi.
Le attività non sono mancate.
Aula di cucito a Mukoni

A fine aprile, all’inizio della mia permanenza mi sono recato a Mukoni, frazione di Muyinga, insieme a Cristina Maccone, responsabile di Eccomi Burundi arrivata dall’Italia, presso la scuola cattolica gestita da don Angelo Ciza.

Il prete ha chiesto a Eccomi un aiuto per allestire un laboratorio di cucito all’interno della struttura. In un contesto in cui l’aumento del costo della vita rende difficile garantire stipendi adeguati agli insegnanti, questo progetto rappresenta un’opportunità concreta di autofinanziamento.

Attualmente, la mancanza di retribuzioni dignitose porta alla perdita di personale docente qualificato, con la conseguente necessità di sostituirlo spesso con figure meno preparate.
Grazie a questo supporto, la scuola potrebbe riuscire a mantenere insegnanti competenti, migliorando così la qualità dell’insegnamento. In prospettiva, potrebbe persino raccogliere fondi per futuri interventi infrastrutturali.

Dopo aver parlato con Angelo, il corpo insegnante e le possibili sarte, abbiamo anche incontrato alcuni studenti e abbiamo avuto la fortuna di chiacchierare un po’ con loro. Gli argomenti sono stati vari: geografia, cibo, lingue e i loro sogni per il futuro.
Nuovi bagni per le ragazze di Ntega
Nei giorni successivi ci siamo spostati a Ntega, comune non troppo distante dal confine con il Ruanda, insieme a don Patrice Nizigama. Siamo andati in un collegio misto cattolico a controllare l’avanzamento della costruzione dei bagni femminili.

I lavori erano quasi terminati, mancavano ancora il tetto e la sistemazione del pavimento; alla fine della supervisione ne abbiamo approfittato per fare un giro veloce della struttura.

Se il refettorio, dove mangiano i convittori e le convittrici, è una stanza molto grande ma ben tenuta, la cucina purtroppo è quasi una stalla. Piccola, piove dentro, non c’è un vero pavimento, le galline entrano ed escono indisturbate.

Alla fine, abbiamo incontrato le allieve che beneficeranno dei nuovi servizi igienici, le quali ci hanno accolto con una canzone. Dopo qualche risata siamo ripartiti verso Gasura, altro comune non troppo distante da Ntega.
Un’idea buona come il pane
La diocesi di Gasura vorrebbe realizzare una panetteria. Don Anicet Bazimenya, promotore dell’iniziativa, intende contrastare fenomeni gravi come l’abbandono scolastico, il vagabondaggio e la prostituzione minorile. Offrire una prospettiva occupazionale concreta ai giovani potrebbe ridurre significativamente queste vulnerabilità.
Però, purtroppo, i buoni propositi non bastano. Diverse sono le criticità che questa idea presenta: mancanza di elettricità continuativa, costi di gestione e costi di preparazione. Gli abitanti di Gasura, come in tante altre zone del Burundi, vivono in povertà estrema e con redditi così bassi da rendere impossibile vendere un prodotto di qualità a un prezzo sostenibile.
La diocesi è ben conscia di queste criticità. L’entusiasmo da solo non può superare gli ostacoli strutturali, per questo l’iniziativa è stata temporaneamente messa in pausa: serve tempo per studiare come rendere il progetto davvero sostenibile in un contesto così complesso.
Per don Anicet rimane comunque una scommessa. Una scommessa sulla capacità di un’intera comunità di credere in un futuro diverso, nonostante un presente che rema contro. E in quella sfida, fatta di elettricità che salta e di bilanci impossibili, riconosco l’anima del Burundi.
Dopo aver effettuato questo primo sopralluogo, don Anicet ci ha ospitato per pranzare tutti insieme. Terminato il pasto, io e Cristina abbiamo ripreso la strada per Muyinga.
Le SMAC e i Batwa
Il soggiorno di Cristina sta quasi per terminare e decidiamo di passare gli ultimi giorni insieme a suor Léocadie Ndikumagenge, suora burundese dell’ordine italiano Suore missionarie dell’amore di Cristo (SMAC). Léocadie, insieme alle altre suore del convento, segue le nostre adozioni a distanza e una piccola comunità batwa di Muyinga (clicca qui per approfondire il progetto delle adozioni a distanza in Burundi).

In Burundi ci sono tre gruppi etnici: hutu, tutsi e batwa. I primi, la maggioranza della popolazione, erano considerati gli agricoltori; i tutsi allevatori e i batwa, il popolo più antico della regione dei grandi laghi, cacciatori-raccoglitori e artigiani. Anche se adesso le differenze tra i primi due gruppi si sono molto assottigliate.
A metà degli anni ’90 scoppia una tremenda guerra civile tra hutu e tutsi, che dilania il paese e causa 300.000 vittime. I batwa, in tutto questo, già marginalizzati poiché privi di un ruolo militare o politico significativo, venivano assoldati da entrambi i gruppi per poco. Finita la guerra, nei primi anni del 2000, l’isolamento sociale è aumentato, insieme a stereotipi negativi come la loro inaffidabilità e la facilità a vendersi.
Al giorno d’oggi, i batwa vivono in comunità, ancora emarginati, in case fatte di paglia o mattoni di fango. I tetti sono di paglia e sacchetti di plastica per ripararsi in caso di pioggia.

Vivono alla giornata. Le donne provano a vendere le loro pentole e contenitori di terracotta – le vendite sono crollate con l’arrivo della plastica e del ferro – e gli uomini girano a chiedere l’elemosina o a svolgere lavori tremendamente sottopagati.

Si sposano prestissimo, già a 13-14 anni, e di conseguenza hanno figli altrettanto presto.
La scuola resta lontana: la scolarizzazione è bassa, troppo bassa. Le difficoltà economiche delle famiglie, insieme alla poca considerazione per l’istruzione, spingono tantissimi ragazzi e ragazze batwa ad abbandonare gli studi precocemente.

Per questo suor Léocadie, insieme al suo ordine, ha deciso di aiutare la piccola comunità batwa di Muyinga, specialmente le donne.
Le SMAC insegnano loro a cucire, ad apprendere un mestiere, ma soprattutto cercano di inserirle nella società odierna. Parlano con le donne, e specialmente con le mamme, per far capire l’importanza dell’istruzione per i figli. Spiegano che a 15 anni si dovrebbe studiare, non restare incinte o passare la giornata a elemosinare.
Non è facile, affatto. È un lavoro lento e per cambiare una mentalità ci vogliono anni, Léocadie lo sa. Eppure, i primi segnali ci sono. Le mamme batwa frequentano con entusiasmo i corsi di cucito. Due bambini in particolare, Samuela e Bimenyimana, all’interno del progetto delle adozioni a distanza, rappresentano una storia di riscatto: dopo che una violenta tempesta monsonica aveva distrutto le loro case, Eccomi ha finanziato la ricostruzione. Ora entrambi frequentano la scuola con continuità e hanno ottimi voti, in particolare Samuela.


Le difficoltà persistono, quello è innegabile, e Léocadie ammette che ci sono incomprensioni, che spesso litiga con loro, ma è consapevole che da parte di questa comunità c’è la concreta volontà di provare a rialzarsi e di cambiare.
Alina
Siamo a inizio maggio e Cristina ha finito il suo viaggio. Prendiamo la strada per Bujumbura alla mattina ma a metà strada incontriamo una coda chilometrica di macchine: due camion sono usciti fuori strada, uno è caduto dalla parete di una collina. Rimaniamo fermi per quasi cinque ore, arriviamo nella struttura dei padri saveriani.
Il giorno dopo, nel pomeriggio, io e Cristina ci dividiamo all’aeroporto: lei rientra a Roma, io torno a Muyinga.
Rientrato, passo due giorni insieme a don Révérien, prete burundese grande amico di Cristina e di tutta la parte di Eccomi che segue il Burundi, il quale mi porta nel comune di Ngozi per farmi conoscere Alina, una ragazza che frequenta l’università, sostenuta da Eccomi negli studi e seguita da Révérien in tutto.

Alina è piccola, molto timida, studia economia bancaria. Fatico a farla parlare, ma dopo qualche minuto, grazie a don Révérien che la riprende ironicamente dicendole quando siamo solo io e te mi è impossibile farti star tranquilla, riesce a sciogliersi un pochino. Mi racconta che al momento l’università le piace, con la sua coinquilina si trova bene e ha un bel gruppo di amici. Ha dato qualche esame ma non sa ancora i risultati, quelli arriveranno più avanti.
Passiamo una piacevolissima giornata insieme e dopo aver pranzato, rientriamo tutti a casa.
Ultimi giorni e “Arrivederci monti”
Dopo le elezioni di Papa Leone XIV, i miei giorni sono interamente con le SMAC. Insieme a Léocadie vado a trovare i bambini adottati da Eccomi nelle zone di Muyinga, Ruzo e Rugari.

Il 19 maggio rientro a Bujumbura e il 20 ho il volo per Lusaka, Zambia.
La strada che porta a Bujumbura, partendo da Muyinga, è un continuo salire e scendere dai colli; non è un caso che il Burundi è soprannominato il paese delle mille colline. Come me, salgono e scendono, a piedi, centinaia di persone di tutte le età: l’anziano che traina una bici sovracarica di legname; la mamma e i figli con i secchi pieni di uova o verdura sulla testa; i ragazzi sul ciglio della strada che fermano gli automobilisti per chiedere se hanno delle bottiglie di plastica da dare, così da poter guadagnare qualcosa vendendole al mercato.
A circondarli c’è una natura rigogliosa, pulita, protagonista, che accompagna dolcemente facendoti compagnia per l’intero tragitto.

Ma una natura anche forte, come questo popolo che, nonostante l’estrema povertà (il Burundi, insieme al Sud Sudan, è il paese più povero al mondo), la crisi climatica e i dissidi interni, affronta le difficoltà con resilienza e capacità di adattamento.
E, sopra ogni altra cosa: verde. Un verde così splendente che non ho mai visto prima.
Verde, come l’unica cosa che unisce chiunque viva in questo paese: la speranza.