Un racconto di Edoardo Villani
Atterrare su una città in piena notte ha un effetto particolare. Se di giorno si vedono nitidamente i suoi confini, la sua corporatura, gli edifici, le macchine che sfrecciano lungo la strada, le persone che camminano lungo i marciapiedi, col buio questo è parzialmente mostrato solo dalle luci.
Quando si atterra di notte, le città sono mezze verità.

Il mio volo Ethiopian Airlines sovrasta Lusaka, la capitale dello Zambia, intorno all’una di notte. Neanche a farlo apposta, sto ascoltando dal mio telefono Dangerous Night dei 30 Seconds to Mars; il brano evoca una notte carica di emozioni e possibilità, dove tutto può cambiare.
Dall’alto, attraverso il finestrino vedo i lampioni che la illuminano e provo a immaginare come sarà questa nuova metropoli. Osservo che, nonostante Lusaka sia una capitale e che faccia quasi 3 milioni e mezzo di abitanti, non è molto luminosa.
Atterro all’aeroporto internazionale Kenneth Kaunda, sono stanchissimo, sul volo ho dormito poco e, arrivato al controllo dei visti, farfuglio qualcosa in un inglese molto arrugginito. L’addetto dell’aeroporto, probabilmente vedendo il mio stato quasi catatonico non mi pone troppe domande, solo quelle essenziali: perché sono qui, per quanto tempo, dove alloggerò. Prende il mio telefono per leggere l’indirizzo esatto, me lo restituisce e mi congeda con un semplice Welcome to Zambia, and good night. All’uscita incontro ad attendermi Steven Chibansa, fratello di Maria Chibansa, la responsabile dei progetti in Zambia insieme al marito Luigi Branchetti, il quale mi sta aspettando con un piccolo cartello con scritto sopra il mio nome e il mio cognome. Non posso nascondere che sono un po’ emozionato, nessuno mi ha mai accolto con un cartello con scritte le mie generalità, mi sento, quasi, importante.

Posiamo le valigie in macchina e partiamo. La prima cosa che noto, e a cui effettivamente non avevo pensato, in Zambia, da buona ex colonia britannica, si guida a sinistra. Scambio due parole con Steven, devo iniziare a sgranchire un po’ il mio inglese, lasciato fermo da fin troppo tempo. Nel tragitto che porta dall’aeroporto alla struttura dove soggiornerò, St. Nicholas Community, Steven mi chiede com’è andato il viaggio, se ho mangiato, se è la prima volta per me in Zambia, cosa sono venuto a fare. Gli spiego che sono qui per svolgere un corso di informatica base alle ragazze della comunità St. Nicholas e, dopo aver risposto alle altre domande, e prima di staccare definitivamente il cervello per il sonno, mi faccio raccontare qualcosa della situazione del paese, ed ecco spiegata la poca luce nelle strade di Lusaka: Steven mi spiega dell’enorme crisi elettrica che lo Zambia sta affrontando da quasi 2 anni a causa del prosciugamento dei bacini del fiume Zambesi, del Kafue e della diga di Kariba, tutto questo dovuto alla crisi climatica che ha devastato queste zone.
Sono quasi le 3 di notte, arrivo al St. Nicholas. Appena varco il cancello con la macchina i primi ad accogliermi sono 4 cuccioli di cane che non smettono di abbaiare, poi nel buio generale riconosco due ragazze. Sono loro che mi aprono le porte della mia stanza. Steven mi mostra velocemente l’alloggio, mi saluta e torna a casa, è notte fonda anche per lui. Sistemo le valigie, mi guardo un po’ intorno, vorrei farmi una doccia ma, citando Dante, poscia più che ‘l igiene poté il sonno e caddi come corpo morto cade sul letto.
In Africa mi è quasi impossibile dormire fino a tardi, quindi, nonostante la stanchezza e l’essermi addormentato intorno alle 3:30 del mattino, alle 7:40 sono già sveglio. Mi alzo dal letto e sento qualcuno bussare alla porta della mia stanza, e qui inizia il racconto di coloro che mi hanno preso per mano e mi hanno accompagnato dal mio arrivo alla mia partenza in Zambia. È Joshua, ragazzo di 19 anni che vive al St. Nicholas. Gli apro e la prima cosa che fa è darmi il buongiorno, il benvenuto e un secchio pieno di acqua calda per farmi una doccia. Io, in tutto questo, sono ancora in stato semi catatonico.
Ragazzo autentico Joshua, mi sostiene per tutto il mese, e poco più, che sono stato qui a Lusaka. Per ogni mio bisogno, se avevo necessità di acquistare qualcosa al mercato o chissà dove, lui è sempre pronto ad accompagnarmi e a consigliarmi.
Dopo aver ricevuto l’accoglienza da Joshua, prendo il secchio d’acqua e mi faccio un bagno più o meno rigenerante. Ancora molto assonnato, ma almeno profumato. È ancora piuttosto presto, nell’alloggio in cui risiedo entra una ragazza e la riconosco quasi subito, è una delle due che mi ha accolto in piena notte. Alta, trecce lunghe, camicia ben curata, tiene un vassoio con la mia colazione: una frittata con due o tre uova, del pane e un po’ di acqua calda per il tè. È Sylvia. Donna eccezionale, intelligente, posata, responsabile sul posto della struttura St. Nicholas. Anche lei mi riceve, mi chiede come sto ed esce poco dopo.
Arriva Joshua che si mette a fare colazione con me, e qui inizia la mia prima e unica difficoltà di questa esperienza: il mio inglese è in vacanza da quasi 10 anni e Joshua parla terribilmente veloce.
Nonostante abbia quasi smesso di parlarlo, se non quando devo interagire con l’equipaggio dei voli Ethiopian Airlines per chiedere dell’acqua gasata o per rispondere alla canonica domanda durante la consegna del pasto chicken or beef?, fruisco con una certa regolarità di prodotti in inglese, che essi siano canzoni, film/serie tv, interviste ecc. quindi non ho troppe difficoltà a capire, ma l’accento è quasi sempre britannico o americano, non sono pronto al puro accento anglofono dei paesi africani e, soprattutto, se non pratichi una lingua non c’è fruizione di contenuti che tenga, non sarai mai in grado di parlarla.
Joshua mi parla, mi fa domande, ma io capisco meno della metà di quello che mi chiede e balbetto frasi che in italiano si possono tranquillamente adattare come io piacere tanto qui, grazie, buono uova, buono tè, io cambiare soldi.
Nel mentre, entrano altre due ragazze, una non mi è nuova, la guardo bene ed è la seconda che mi ha accolto insieme a Sylvia, la seconda non la conosco. Bassine, la prima ha i capelli raccolti da un elastico, la seconda un cappello, entrambe in tuta, iniziano a spolverare e pulire la mia stanza. Si chiamano Loveness e Mary.
Si presentano, e mi chiedono se la colazione sia di mio gradimento. Una cosa mi salta all’occhio, anzi, in questo caso all’orecchio, capisco molto più facilmente Sylvia, Mary e Loveness rispetto a Joshua. Probabilmente perché parlano più piano e scandiscono meglio le parole. Accadrà spesso che Joshua mi parlerà, come al solito recepirò molto poco, gli darò risposte affermative e una tra Sylvia, Loveness e Mary mi dirà ridendo so benissimo che non hai capito nulla, e mi rispiegherà tutto (scusami Josh, se mai qualcuno ti tradurrà e leggerà queste righe, non ti offendere).
Loveness mi sta rifacendo il letto, intanto io ho finito la colazione e mi dirigo verso il lavandino per lavare i piatti. Ancora non so come abbia fatto, soprattutto con quella rapidità, ma Loveness sbuca all’improvviso e mi blocca. Non lavare, non fare niente, tu siediti e riposa, obbedisco solo perché sono appena arrivato ma provo a spiegarle che non sarà sempre così, detesto essere servito e riverito. Lei mi sorride e mi risponde sei ospite, ci pensiamo noi.
Dopo qualche giorno, e qualche lotta, ho iniziato a lavare i piatti per tutta la comunità.
La stanza è pulita, io mi sono rifocillato, mi sono lavato, le uniche cose che mancano sono una carta SIM e cambiare i miei Euro in Kwacha, la moneta zambiana. Vicino al St. Nicholas c’è un piccolo centro di ristoranti, negozi, un supermercato e anche l’ufficio per cambiare la valuta.
Esco, accompagnato da Joshua e Loveness. Ci fermiamo su delle strisce pedonali, pronti ad attraversare la strada. Abituato alla guida a destra italiana (ma anche in Togo e Burundi è uguale) giro la testa solo a sinistra, assicurandomi che nessuna vettura arrivi da lì. La strada da quel lato è libera, nessuno all’orizzonte. Subito dopo ho capito il motivo. Con passo deciso metto un piede sulla prima striscia e subito dopo mi sento tirare indietro da Joshua e Loveness. Giro il capo a destra e una colonna di macchine sfreccia a tutta velocità.
Giusto, qui la guida è a sinistra.
Se mai un giorno qualcuno dovesse mettere fuori un annuncio con scritto cercasi angeli custodi di sicuro raccomanderò Joshua e Loveness.
Dopo aver rischiato di terminare anzitempo il mio periodo in Zambia, riesco a cambiare i soldi e avere una scheda SIM.
Rientrati in struttura Joshua mi chiede se possiamo iniziare già oggi pomeriggio almeno l’introduzione al corso di informatica. Io sono ancora mezzo addormentato, mi muovo quasi per inerzia, ma non me la sento di dirgli di rimandare, soprattutto dopo che mi ha salvato la vita.
Pranzo, sempre con Joshua, e si ripropone il solito problema linguistico. Loveness ci porta quello che sarà il mio pasto per quasi tutto il mese: nshima, una specie di polenta di mais accompagnata da verdura e/o carne.
Terminato il pranzo arrivano pian piano quelle che saranno le mie allieve insieme ai loro figli, ancora molto piccoli.
La comunità St. Nicholas di Lusaka offre da anni supporto a ragazze madri, donne che sono state abbandonate dai rispettivi compagni dopo essere rimaste incinta, o ragazze in difficoltà economica che voglio imparare un mestiere. Al suo interno, oltre al corso di informatica, si svolgono corsi di inglese e soprattutto di cucito, per apprendere l’arte della sartoria.

Un modo che hanno per raccimolare qualche soldo e creare delle decorazioni per eventi come feste di compleanno, promesse, matrimoni, celebrazioni locali. Il tutto creato grazie anche, e specialmente, ai corsi di cucito che si attuano in questo centro.

Entro nel laboratorio di informatica, sono già tutte sedute che mi fissano. Io sono molto teso, sempre a causa del mio inglese. Mi presento, spiego chi sono, perché sono qui, come si svolgerà il corso in queste settimane e cosa io, il responsabile del progetto dall’Italia, Luigi Branchetti, ci aspettiamo da loro.
Mi danno il benvenuto e si presentano anche loro, sono: Bertha C.; Bertha M.; Tamara J.; Tamara M.; le già conosciute Loveness, Sylvia e Mary; Monica; Mwansa; Nancy e Carolyn.
La prima lezione è solo introduttiva al corso, ma ho abbastanza tempo per fare loro qualche domanda e vedere un po’ il loro livello di conoscenza informatica, e capire chi può essere un po’ più partecipe durante le lezioni e chi invece deve essere un po’ invogliata a parlare. Loveness ha sempre la mano alzata, non sempre risponde correttamente ma apprezzo che voglia far parte attivamente della lezione. Insieme a lei anche Bertha C. Prende spesso la parola, e sfoglia un quaderno ricco di appunti dei corsi precedenti. Le altre sono un po’ timide, ma alla fine tutte rispondono a qualche domanda.

Finita la prima lezione, prepariamo tutti insieme il programma, anche perché non posso accavallarmi con gli altri corsi del St. Nicholas.
Il calendario è pronto, la mia missione ha ufficialmente inizio.
Mentre le ragazze sono fuori al laboratorio a chiacchierare, io ne approfitto per conoscere meglio i loro piccoli. Sono Isaac, di un anno e mezzo; Taonga, di tre anni e mezzo; Joy, cinque anni; Feva, sette anni; Alina, due anni e mezzo; Peso, tre anni; Matilda, due anni e mezzo.
Il sole scende velocemente e quasi tutte si avviano verso casa, tranne ovviamente Sylvia, Mary e Loveness, che vivono qui. Vedo che però anche le piccole Feva, Taonga e Alina rimangono qui; subito dopo scopro che sono le loro figlie.
Feva è timidissima, ma si sforza di parlare con me. Alle mie domande risponde sempre ritraendo la testa in mezzo alle spalle, Taonga invece mi salta subito addosso, Alina è un po’ intimorita ma mi basta offrirle una fetta di pane con un po’ di burro d’arachidi per conquistarla. Queste tre piccole creature, più di tutte e tutti, sono state al mio fianco dall’inizio alla fine, facendomi divertire come non accadeva da parecchio tempo.
La sera, durante la cena, chiacchierando con Sylvia, le chiedo se ha fratelli e/o sorelle. Lei inizia a ridere e mi risponde certo, sono davanti a te. Lì apprendo che Sylvia, Loveness, Mary e Joshua sono fratelli.
E i vostri genitori? chiedo.
Non ci sono più. Mamma se n’è andata quando avevo tredici anni, Joshua era nato da poco. Era molto malata. Papà invece l’ha seguita dopo un anno e mezzo o due, il dolore per la perdita della moglie l’ha vinto. Maria (Chibansa) è nostra zia, era la sorella di mamma. mi risponde Sylvia.
Nei giorni seguenti il corso continua senza intoppi, le ragazze vengono e mostrano interesse e voglia di imparare.
Sylvia, Joshua, Loveness e Mary mi fanno sentire come a casa, forse anche meglio.
Conosco altri tre membri della casa: Chongo, ragazzo di quindici anni, cugino di Sylvia ecc.; Uncle Abarth, fratello di Maria; Chanda, cugino di Maria; e Ambuya (nonna in nyanja) Onoria, mamma di Maria e Uncle Abarth, quindi nonna di tutti quanti. Uncle Abarth, durante la mia permanenza, mi ha chiesto spesso di come sia la situazione in Italia con la guerra di Ucraina; Chanda invece è la formica operaia del St. Nicholas, silenzioso in quello che fa, ma lavora più di tutti; Onoria invece è una signora zambiana, per la precisione del gruppo etnico bemba, di altri tempi; distinta, non parla molto e le basta solo uno sguardo per farti capire cosa vuole o cosa devi fare.
Il corso avanza, con alcune delle ragazze approfondisco la parte di scrittura dando loro lunghi testi da ricopiare per migliorare la velocità e la creazione di documenti Word, con chi invece è già più avanti mi concentro sulle ricerche online, come si fanno, i rischi del navigare in Internet, le frodi e come prevenirle e il futuro dell’umanità: l’intelligenza artificiale. Una delle ragazze, Tamara J., rimane ammaliata da questa nuova tecnologia. Mi pone domande sempre più intelligenti e complesse, studia approfonditamente l’argomento, e capisce immediatamente quanto questo strumento possa essere fondamentale per il loro lavoro. Dalla creazione di locandine, a consigli su come migliorare alcune tecniche.
A metà giugno arriva finalmente la capa, arriva Maria.
Maria è zambiana, nata e cresciuta a Lusaka, ma italiana di adozione da più di 15 anni. Brillante insegnante di inglese, vive a Perugia con il marito, Luigi Branchetti. Durante questi anni, oltre a insegnare inglese in maniera egregia agli italiani (ne avrei molto bisogno anch’io) e agli stranieri, ha intrapreso la carriera della cooperazione e relazione internazionale, diventando un punto cardine dei rapporti tra la diaspora zambiana in Italia e altri paesi nel mondo.
Ma sia lei che Luigi hanno sempre avuto un chiodo fisso in testa: dare un futuro alle e ai nipoti di Maria, purtroppo rimasti orfani.
Maria aveva altri 8 tra fratelli e sorelle, ma disgraziatamente la malasanità dello stato zambiano e le precarie condizioni di vita si sono portati via 5 di loro. Tra cui la mamma di Sylvia, Mary, Loveness e Joshua.
Come se non bastasse, Mary e Loveness rimangono incinte di Taonga e Alina quando ancora vanno a scuola, c’era da fare qualcosa.
Per questo Maria e Luigi hanno deciso di realizzare il St. Nicholas Community, che oggi è un po’ un’ancora di salvezza per altre ragazze in questa situazione di degrado e vulnerabilità.
Maria e Luigi sono stati per questi ragazzi tutto: genitori, zii, fratelli maggiori, mentori.
Un pomeriggio in laboratorio l’elettricità non funziona bene, Joshua prende dei cavi e compie un lavoro da vero elettricista. Gli faccio i complimenti, io non avrei saputo nemmeno da dove cominciare. Lui, con orgoglio, un sorriso e testa alta mi risponde mi ha insegnato Uncle Luigi. Dal suo modo di dirmelo capisco subito una cosa: non è fiero di saper fare una cosa, ma di averla appresa da Luigi.
Maria arriva a Lusaka, ma non da sola, con lei c’è una cara amica di Perugia, membro del MASCI Perugia 2, Claudia Grafeo.
Claudia, e non esagero con le parole, potrebbe prendere questo mondo e rivoltarlo come un calzino, se solo volesse. Cultura e intelligenza elevatissime. Se dovessi rappresentarla con un’allegoria, sarebbe la resilienza incarnata: per tutti i problemi di salute e gli sgambetti della vita che ha affrontato, è instancabile e inarrestabile. Accompagna Maria perché adesso le donne del St. Nicholas devono compiere un passo in avanti importante, diventare una cooperativa.

Claudia arriva per potenziare le loro conoscenze nelle decorazioni e insegnare loro il mestiere della cucina, non tanto come cuoche, quello lo sanno già fare, ma in particolare come venditrici di un prodotto e avviare un piccolo ristorante.
Lavorare in una cooperativa non è facile. Non si deve pensare come singolo, lo scopo principale non è il profitto individuale, ma il benessere collettivo di tutti coloro che ne fanno parte. Ognuno è protagonista nelle scelte da intraprendere. Richiede forte spirito di collaborazione e mediazione; e le ragazze lo sanno.
Sono anni che lavorano insieme, che aspettano questo passaggio per poter uscire da una situazione di vulnerabilità che le schiaccia senza mostrare una via di uscita. Ma grazie a Maria e Luigi, è arrivato il momento della rivalsa.
Mentre Maria e Sylvia, la futura presidente della cooperativa, girano come delle trottole per tutta Lusaka tra diversi uffici per avviare la cooperativa, io e Claudia rimaniamo in struttura a continuare i nostri corsi.

Le ragazze, con me, capiscono quanto l’informatica sia fondamentale per la riuscita e sviluppo della cooperativa; Claudia intanto fa tutti i calcoli possibili e previsioni per capire quali prodotti e piatti vendere al ristorante e, soprattutto, a quanto. Prova diversi esperimenti, come ad esempio le crocchette fritte di patate e cubetti di prosciutto, e dei simil arancini.

Io sono l’assaggiatore ufficiale, ma Claudia capisce subito che non sono troppo affidabile poiché mi piace più o meno tutto, e mi tiene gli occhi puntati addosso dal momento che qualche crocchetta di troppo è magicamente scomparsa…nel mio stomaco.
Dopo qualche lezione, le ragazze iniziano a vendere, quanto preparato, al mercato e finalmente i primi frutti del lavoro si vedono: arrivano i primi soldi dalle vendite. Non è molto, ma considerato che è passato poco più di una settimana dall’arrivo di Claudia, è un ottimo risultato.

La parte più bella delle giornate è il momento della merenda. Verso le 17:00, io mi preparo il mio solito tè, e nel mentre preparo anche la merenda a Feva, Taonga e Alina. Per le prime due sempre una fetta di pane con la marmellata, per Alina invece con il burro di arachidi. È diventato il nostro rito, lo facciamo sempre insieme, tutti i giorni e allo stesso momento. Anche loro, come me, iniziano poi a bere il tè. Subito dopo ci spostiamo in camera mia e sul letto guardiamo qualche cartone animato dal mio telefono o dal computer.
Alla sera invece, con tutti gli altri, dopo cena andiamo in laboratorio e accendiamo il proiettore per vedere tutta la saga dei film di Harry Potter. Io, forse, per la trentesima volta, loro per la prima.
Le settimane passano e, come ogni aspetto umano, anche il mio viaggio qui a Lusaka ha avuto un inizio, un’evoluzione e una fine. Il dispiacere più grande è stato chiudere l’ultimo giorno con un forte mal di stomaco e nausea che mi hanno obbligato a stare a letto tutto il tempo, fino al momento della partenza.

Lascio una realtà sempre in evoluzione, che ha saputo riprendersi e rialzarsi dopo delle ingiustizie troppo dure di questa vita.
Se all’arrivo ho trovato una città mezza illuminata, ho capito dopo questo mese che il resto che brilla sono le persone che popolano questa terra.
Sono atterrato a Lusaka a fine maggio di notte e riparto a fine giugno, sempre di notte. Anche in questo momento ascolto Dangerous Night dei 30 Seconds to Mars, canzone che alla fine è stata premonitrice. Il momento è carico di emozioni, una diversa dall’altra, e magari alla fine non è cambiato tutto, ma io un po’ sì.
Zikomo Kwambiri (grazie mille) a Maria e Luigi per avermi dato la possibilità di immergermi nel loro lavoro e mostrarmi una parte della loro vita, riponendo in me tanta fiducia.
Zikomo Kwambiri alle persone del St. Nicholas: Ambuya Onorie, Uncle Abarth, Chanda, Sylvia, Mary, Loveness, Joshua e Chongo per avermi accolto e trattato come facessi anch’io parte della famiglia Mulenga-Munshanya.
Zikomo Kwambiri alle mie allieve che mi hanno reso orgoglioso di quanto fatto, che la fortuna adesso possa essere sempre dalla vostra parte.
Zikomo Kwambiri a Claudia, che mi ha insegnato e mostrato che con la tenacia e la forza di volontà si può ottenere tutto, dipende solo da te.
Zikomo Kwambiri a Feva, Taonga e Alina, per tutte le colazioni, merende e giochi insieme.
Lusaka al mio arrivo era una mezza verità. Spero di tornare, un giorno, anche solo per scoprire quanto è radiosa l’altra metà.